Ritenute sui dividendi corrisposti a fondi di investimento UE ed extra-UE: la Corte di Cassazione ordina il rimborso sulla base del diritto comunitario

A cura di Claudio Valz, Luca la Pietra e Guglielmo Ginevra

Con una serie di importanti sentenze (Cass. civ. sez. V, nn. 21454-21475-21479-21480-21481-21482 depositate il 6 luglio 2022 e Cass. civ. sez. V, n. 21598 depositata il 7 luglio 2022), la sezione tributaria della Corte Suprema di Cassazione ha stabilito che le ritenute applicate sui dividendi di fonte italiana distribuiti a fondi non residenti (UE e extra-UE) sono contrarie al principio di libera circolazione dei capitali sancito dall’art. 63 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) nella misura in cui il medesimo reddito, ove percepito da un fondo di investimento di diritto italiano, sarebbe stato esente o assoggettato ad un’aliquota inferiore.

Queste sentenze sono di estrema importanza per tutti i fondi di investimento comunitari che hanno subito ritenute sui dividendi fino al 2021 (anno a decorrere dal quale la ritenuta alla fonte sui dividendi corrisposti a fondi comunitari è stata eliminata dal legislatore con la legge 30 dicembre 2020, n. 178) e per tutti i fondi ed extra-comunitari (esclusi dalla suddetta novella legislativa) che tutt’oggi sono assoggettati a tassazione in Italia mediante ritenuta alla fonte sui dividendi di fonte italiana.

I fatti di causa

Tutte le cause trattate nelle suddette sentenze traggono origine da diverse istanze di rimborso presentate all’Agenzia delle Entrate da fondi di investimento esteri (nello specifico da un fondo di investimento di diritto tedesco e da sei fondi di investimento statunitensi con sede in California) aventi ad oggetto le ritenute subite in relazione ai dividendi percepiti da società quotate italiane nel corso dell’anno 2003 (per quanto riguarda il fondo di investimento tedesco) e gli anni 2007, 2008, 2009 e 2010 (per quanto riguarda i fondi di investimento statunitensi).

Tutti i fondi avevano già beneficiato della ritenuta sui dividendi ridotta del 15% ai sensi della Convenzione contro la doppia imposizione in vigore tra l’Italia e il rispettivo Paese estero interessato.

Le richieste di rimborso delle ritenute subite sono state quindi fondate esclusivamente sul diritto dell’Unione europea, in particolare sulla violazione del principio di libera circolazione dei capitali sancito dall’art. 63 TFUE nella misura in cui la normativa italiana applicabile ratione temporis disponeva per l’applicazione di una ritenuta del 27% sui dividendi di fonte italiana percepiti da fondi comuni di investimento non residenti (ovvero la ritenuta ridotta ai sensi della Convenzione contro la doppia imposizione, nei casi in esame, pari al 15%) mentre i fondi di investimento residenti in Italia non erano soggetti ad alcuna ritenuta sulla medesima tipologia di reddito e scontavano esclusivamente un’imposta sostitutiva pari al 12,5% (che poteva essere ridotta al 5% ovvero esentata al verificarsi di determinati presupposti) sul risultato della gestione del fondo maturato in ciascun anno, così discriminando i fondi di investimento non residenti rispetto ai fondi residenti.

In assenza di riscontri da parte dell’Agenzia delle Entrate sulle istanze di rimborso presentate, i fondi avevano dunque presentato ricorsi avverso il silenzio rifiuto dapprima presso la Commissione Tributaria Provinciale di Pescara e in secondo luogo dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale di Pescara. Entrambe le Commissioni avevano respinto i ricorsi e i casi sono stati infine sottoposti allo scrutinio della Corte di Cassazione che ha invece accolto le richieste di rimborso dei ricorrenti.

La sentenza emessa in favore del fondo di investimento di diritto tedesco

Nella sentenza in commento, i giudici della Corte di Cassazione hanno anzitutto riconosciuto l’assenza di specifiche eccezioni da parte dell’Agenzia delle Entrate nel corso del contenzioso circa la comparabilità sia giuridica che regolamentare tra il fondo di investimento tedesco – un fondo di investimento di tipo aperto soggetto a controllo regolamentare da parte dell’Autorità tedesca di vigilanza sugli istituti finanziari – e un fondo di investimento mobiliare di tipo aperto di diritto italiano. In particolare, il fatto che le quote del fondo fossero interamente possedute da una società di capitali tedesca operante nel settore delle assicurazioni non ha influito sulla comparabilità del fondo tedesco con un fondo di investimento di tipo aperto italiano in quanto l’unico investitore, essendo un investitore istituzionale, rappresentava comunque una pluralità di interessi, così da raffigurare una gestione collettiva.

La Corte ha poi rilevato che l’applicazione della ritenuta sui dividendi corrisposti al fondo di investimento tedesco non residente era dovuta unicamente al fatto che il fondo di investimento estero non era residente in Italia ma piuttosto in Germania, evidenziando che se la stessa tipologia di investimento fosse stata effettuata attraverso l’utilizzo di un fondo di investimento italiano, quest’ultimo avrebbe beneficiato del regime speciale di esenzione dell’imposta sostitutiva previsto dal D.Lgs. 21 novembre 1997, n. 461, art. 9, comma 4.

Infine, inter alia, la Corte di Cassazione ha rilevato come il regime italiano di tassazione dei dividendi percepiti da fondi di investimento non residenti era già stato esaminato dalla Commissione europea con specifico riferimento al trattamento fiscale discriminatorio dei fondi di investimento residenti nell’Unione Europea (EU PILOT 8105 /15/TAXU) e che ciò aveva infine portato all’abolizione della ritenuta sui dividendi per i fondi di investimento comunitari con la legge 30 dicembre 2020, n. 178 (con effetto solo a decorrere dal 2021) di fatto riconoscendo un trattamento discriminatorio in essere.

Per tutte questa ragioni, la Corte di Cassazione ha quindi ritenuto la disparità di trattamento fiscale una violazione ingiustificata dell’art. 63 TFUE disponendo il rimborso integrale della ritenuta subita dal fondo di investimento tedesco.

Le sentenze emesse in favore dei fondi di investimento statunitensi

Nelle sentenze in commento, i giudici della Corte di Cassazione, partendo dalle medesime premesse già descritte supra con riferimento ai dubbi di legittimità del regime italiano di tassazione dei dividendi percepiti dai fondi di investimento comunitari rilevati dalla Commissione europea, hanno preliminarmente riconosciuto che, nonostante i ricorrenti fossero fondi di investimento di diritto statunitense e quindi non residenti in uno Stato membro dell’Unione europea, il principio della parità di trattamento sancito dall’art. 63 TFUE trova applicazione – come sancito dalla stessa disposizione comunitaria – anche nei confronti dei contribuenti residenti in paesi terzi che consentono un adeguato scambio di informazioni con l’Italia, come gli USA.

Conseguentemente, richiamandosi alla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea in materia di tassazione discriminatoria sui dividendi corrisposti a fondi di investimento extra-UE (v. CGUE, Emerging Markets, C-190/12), la Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi dei fondi di investimento statunitensi confermando che la differenza di trattamento fiscale tra i ricorrenti – assoggettata a ritenuta d’acconto finale del 15% – ed un comparabile fondo di investimento italiano – assoggettato a tassazione pari al 12,5% sul reddito netto maturato – costituisce una violazione ingiustificata dell’art. 63 TFUE e, come richiesto dalle ricorrenti, disponendo il rimborso della ritenuta subita pari alla differenza tra l’aliquota del 15% e l’aliquota del 12,5%.

Conclusioni

Le pronunce in commento sono di estrema importanza per tutti i fondi di investimento comunitari che hanno subito ritenute sui dividendi fino al 2021 (anno a decorrere dal quale la ritenuta alla fonte sui dividendi corrisposti a fondi comunitari è stata eliminata dal legislatore con la legge 30 dicembre 2020, n. 178) e per tutti i fondi ed extra-comunitari (esclusi dalla suddetta novella legislativa) che tutt’oggi sono assoggettati a tassazione in Italia sui dividendi di fonte italiana

Ed invero, il principio espresso dalla Suprema Corte italiana con queste sentenze in merito al trattamento fiscale discriminatorio subito dai fondi di investimento non residenti comunitari ed extracomunitari in Italia sui dividendi percepiti, pur basandosi sul confronto con la disciplina fiscale applicabile verso i fondi di investimento residenti in vigore sino al 30 giugno 2011 è ancora estremamente attuale.

Infatti, a decorrere dal 1° luglio 2011, i fondi comuni di investimento italiani non sono più soggetti all’imposta sostitutiva del 12,5% (o alle minori aliquote se applicabili) descritta nei fatti di causa supra ma esenti, accentuando ulteriormente la disparità di trattamento sanzionata dalla Corte di Cassazione con le sentenze in commento. Disparità di trattamento recentemente riconosciuta anche dalla Commissione Tributaria Provinciale di Pescara con la sentenza n. 49/1/2022.

Vale la pena infatti ricordare che il legislatore italiano ha abolito la ritenuta sui dividendi per i fondi di investimento residenti nell’Unione Europea ma solo a decorrere dal 1° gennaio 2021 e non ha esteso la suddetta esenzione ai fondi di investimento extra-UE residenti in paesi terzi che consentono un adeguato scambio di informazioni.

La limitazione temporale per i fondi comunitari che hanno percepito dividendi di fonte italiana prima del 1° gennaio 2021 e la mancata estensione ai fondi di investimento extra-UE dell’esenzione introdotta dal legislatore italiano rimane contraria al diritto dell’Unione europea alla luce del principio di diritto espresso dalla Corte di Cassazione con le sentenze in commento.

Per questo motivo, sia i fondi di investimento UE che quelli extra-UE dovrebbero considerare l’opportunità di presentare istanze di rimborso per i periodi non ancora prescritti (dividendi pagati da settembre 2018 in poi) al fine di salvaguardare il loro diritto al rimborso della ritenuta discriminatoria subita e nei casi in cui siano già state presentate le istanze di rimborso valutare l’opportunità di iniziare un contenzioso per richiedere all’autorità giurisdizionale il riconoscimento dello stesso.

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