Site icon Tax and Legal Services | PwC Italia

Intelligenza artificiale, il nostro presente professionale

Intelligenza artificiale

A cura di Andrea Lensi Orlandi Cardini, Michele Giuliani, Carolina Notario

I risultati di una tra le recenti survey sul tema delineano un panorama professionale legale in profonda evoluzione e sempre più orientato all’utilizzo della tecnologia nel proprio quotidiano lavorativo.[1]

Da quanto appreso, l’indagine ha visto coinvolti 810 professionisti provenienti da studi legali e direzioni affari legali di imprese multinazionali negli USA, Cina e 9 paesi UE (tra cui l’Italia) ed è emerso che:

In altre parole: pur ravvedendo ancora delle criticità legate ad aspetti etici, privacy e formativi, la maggioranza degli studi legali che ha integrato sistematicamente le nuove tecnologie offerte dal mercato nei propri flussi di lavoro registra incrementi significativi in termini di efficienza operativa ed economica, qualità della ricerca giuridica e soddisfazione della clientela.

Non vi è il rischio, quindi, di incorrere in errori nell’affermare che i professionisti più performanti sono quelli che hanno saputo abbracciare l’innovazione tecnologica non come minaccia, ma come leva strategica per la crescita. L’intelligenza artificiale generativa, in particolare, ha cessato di essere una curiosità sperimentale per divenire uno strumento quotidiano di lavoro.

In questo contesto internazionale, tuttavia, il quadro italiano presenta peculiarità meritevoli di approfondita riflessione. I dati diffusi dal Consiglio Nazionale Forense a fine ottobre 2025 restituiscono, infatti, una fotografia sensibilmente diversa rispetto alle tendenze mondiali. L’indagine condotta dall’organo rappresentativo dell’avvocatura italiana evidenzia una diffusa sfiducia dei suoi membri nei confronti dell’intelligenza artificiale generativa. Solamente il 36% degli intervistati (percentuale che varia a seconda della fascia di età) ha dichiarato di utilizzare l’AI per scopi professionali, mentre il 72% ha manifestato timori relativi all’affidabilità degli output, preoccupazioni deontologiche e perplessità sulla compatibilità di queste tecnologie con le peculiarità del ragionamento giuridico.

L’evidente discrasia dei risultati delle indagini statistiche sopra menzionate, a parere di chi scrive, non deve essere sottovalutata ma merita, anzi, di essere analizzata con maggiore attenzione.

A ben vedere, infatti, la distanza tra le posizioni non trova la propria radice nelle effettive carenze intrinseche dello strumento, bensì nella scarsa conoscenza delle sue modalità di corretto utilizzo.

Il divario tra l’entusiasmo registrato nei contesti internazionali e lo scetticismo italiano non si spiega con differenze qualitative degli strumenti disponibili, che sono i medesimi su scala globale, ma con un deficit formativo e culturale che caratterizza il nostro tessuto professionale. Viene da pensare che gli avvocati italiani, mediamente, non hanno ancora acquisito le competenze necessarie per sfruttare appieno le potenzialità dell’intelligenza artificiale, né hanno avuto occasione di sperimentarne i benefici in modo guidato e strutturato.

Questo approccio, probabilmente, deriva anche dalla media dell’età degli addetti ai lavori del settore in commento che si attesta sotto i 50 anni, collocando l’Italia tra i Paesi europei con una delle professioni forensi strutturalmente più anziane. Un corpo professionale a prevalenza matura rischia, inevitabilmente, di rallentare l’adozione di nuovi strumenti, competenze digitali e modelli organizzativi indispensabili in un contesto normativo e tecnologico in rapida evoluzione.

È, dunque, fondamentale sgombrare il campo da un equivoco ricorrente nel dibattito pubblico e professionale: gli errori che talvolta si verificano nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa sono, nella stragrande maggioranza dei casi, riconducibili a un impiego inadeguato dello strumento e non a limiti intrinseci della tecnologia medesima.

L’utente che, ad esempio, formula prompt generici, omette di specificare il contesto giuridico di riferimento, non verifica le fonti citate, non affina progressivamente le richieste sulla base degli output ricevuti, otterrà inevitabilmente risultati quantomai insoddisfacenti se non falsate. Ma la responsabilità, in questi casi, non può essere attribuita allo strumento.

L’intelligenza artificiale generativa non è una “scatola magica” che produce contenuti giuridici impeccabili finalizzati a colmare le lacune cognitive e formative del professionista. Deve essere vista, piuttosto, come un’assistente potente ma che necessita di guida competente. Richiede che l’utente sappia cosa chiedere, come chiederlo e come valutare criticamente le risposte ottenute. Nella quasi totalità dei casi, non è lo strumento a commettere errori bensì è l’operatore che, non conoscendone le logiche di funzionamento, ne fa un uso improprio.

La problematica, dunque, è eminentemente formativa. Come più volte sostenuto, gli avvocati italiani necessitano di percorsi di aggiornamento professionale che li mettano in condizione di comprendere le potenzialità e i limiti degli strumenti disponibili, di acquisire familiarità con le tecniche di prompt engineering, di sviluppare protocolli di verifica e validazione degli output. Solo attraverso una maggiore alfabetizzazione tecnologica sarà possibile superare la sfiducia attuale e cogliere le opportunità che l’innovazione dischiude.

A riguardo, la vicenda di recente esaminata dal Tribunale di Siracusa[2] rappresenta un monito eloquente delle conseguenze derivanti da un utilizzo inconsapevole dell’intelligenza artificiale in ambito forense.

Il caso, ampiamente discusso nella comunità giuridica italiana, ha posto in evidenza come le imprecisioni riscontrate negli atti processuali non derivassero da limiti intrinseci nella tecnologia impiegata, bensì dall’assenza di una supervisione qualificata da parte del professionista.

Nel caso di specie, l’utilizzo acritico dello strumento, privo di qualsivoglia verifica delle fonti citate e della pertinenza delle argomentazioni giuridiche proposte, ha condotto ancora una volta alla produzione di elaborati contenenti riferimenti normativi inesistenti e citazioni giurisprudenziali non verificabili. Il Tribunale ha stigmatizzato tale condotta, richiamando il difensore ai propri doveri di diligenza professionale, ma non condannando o scoraggiando l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale di tipo generativo.

La pronuncia ha il merito di chiarire un punto fondamentale in linea con i principi normativi sanciti nell’AI Act: l’utilizzo di strumenti tecnologici non esonera in alcun modo il professionista dalla responsabilità per il contenuto degli atti che sottoscrive e deposita. L’intelligenza artificiale può assistere, suggerire, accelerare, ma la paternità intellettuale e la responsabilità deontologica rimangono saldamente in capo all’avvocato.

La sentenza siracusana, lungi dal rappresentare una condanna in sé dell’intelligenza artificiale, costituisce piuttosto un richiamo alla necessità di un suo impiego consapevole e responsabile. Lo strumento non è il problema; il problema è l’assenza di formazione adeguata e di protocolli di verifica.

È qui che, a nostro avviso, emerge con forza il principio dello human in the loop, concetto cardine per comprendere il corretto rapporto tra intelligenza artificiale e professione legale. Tale principio, cristallizzato dallo stesso Legislatore europeo e nazionale, postula che l’essere umano debba rimanere costantemente inserito nel processo decisionale, mantenendo il controllo critico sugli output generati dalla macchina e la responsabilità ultima delle scelte compiute.

L’intelligenza artificiale, in questa prospettiva, non sostituisce il giurista ma ne potenzia le capacità cognitive e operative. Il professionista mantiene il ruolo di supervisore qualificato: valuta l’attendibilità degli output, ne verifica la coerenza con il quadro normativo e giurisprudenziale vigente, integra il ragionamento giuridico prodotto dalla macchina con la propria esperienza, sensibilità e conoscenza del caso concreto. L’intelligenza artificiale eccelle nell’elaborazione di grandi quantità di dati, nell’individuazione di pattern, nella sintesi di documenti complessi; il giurista apporta il giudizio critico, la capacità di cogliere sfumature, la comprensione del contesto umano e sociale in cui la questione giuridica si colloca.

In ogni caso, è importante sottolineare, per diretta presa di coscienza professionale, come l’intelligenza artificiale generativa sia solo una parte del ben più complesso ecosistema del legal tech il quale mostra un ventaglio articolato di soluzioni tecnologiche, ciascuna con specifiche funzionalità e ambiti di applicazione.

Un approccio consapevole alla tecnologia nella professione legale non si esaurisce, infatti, nell’AI, che pure rappresenta oggi lo strumento di maggiore impatto mediatico e, in prospettiva, pratico. Il panorama degli strumenti digitali a disposizione dell’avvocato è assai più articolato e non necessariamente in rapporto di alternatività tra loro: al contrario, la loro combinazione sinergica costituisce, nell’esperienza di chi scrive, la vera espressione di una strategia tecnologica matura. La scelta tra l’uno e l’altro — ovvero la loro integrazione — dipende dal contesto operativo, dalla tipologia di attività svolta e dalla specifica funzionalità che si intende conseguire. Gestire un contenzioso seriale richiede strumenti diversi rispetto alla negoziazione di un contratto complesso o alla due diligence svolta nel contesto di un’operazione straordinaria. È, dunque, la capacità di selezione valutazione critica e di combinazione intelligente degli strumenti disponibili a definire la competenza tecnologica del professionista, molto più della mera adozione acritica di una singola soluzione, per quanto avanzata essa possa essere.

Volendo, in questa sede, portare qualche esempio pratico nel settore del contenzioso, tra le tecnologie di maggior rilievo figura la Robotic Process Automation (RPA), ovvero l’automazione robotica dei processi. L’RPA consente di automatizzare attività ripetitive e basate su regole predefinite. L’avvocato che implementa soluzioni di questa natura può delegare alla macchina operazioni che tradizionalmente richiederebbero ore di lavoro manuale, liberando tempo prezioso per attività a maggiore valore aggiunto intellettuale.

Sempre per la gestione del contenzioso, le piattaforme di e-discovery hanno rivoluzionato l’approccio all’analisi documentale nelle controversie complesse. Mediante lo sfruttamento congiunto di tecnologie di machine learning e natural language processing, questi strumenti consentono di processare volumi ingenti di documenti, individuando quelli rilevanti ai relativi fini con un’accuratezza e una rapidità impensabili per l’operatore umano. L’avvocato può così concentrare la propria attenzione critica sui documenti effettivamente significativi, anziché disperdere energie in una revisione manuale indifferenziata.

Meritano, inoltre, menzione anche i sistemi di knowledge management basati su intelligenza artificiale che consentono di valorizzare il patrimonio di conoscenze, organizzando pareri, contratti, memorie e precedenti interni in archivi interrogabili mediante linguaggio naturale.

Non da ultimo, si fa cenno ad una categoria di crescente rilevanza ossia quella degli AI Agent, sistemi autonomi basati su modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) capaci di pianificare e portare a termine sequenze complesse di operazioni in modo indipendente, senza richiedere un intervento umano a ogni singolo passaggio. A differenza dei tradizionali strumenti di AI generativa, che rispondono a singole istruzioni producendo un output puntuale, gli agenti sono in grado di scomporre un obiettivo articolato in sotto-task, selezionare e utilizzare strumenti esterni — quali sono le banche dati giuridiche — e lavorare autonomamente fino al conseguimento del risultato prefissato.

Giunti al termine di questa rapida panoramica, possiamo dire che l’insieme delle tecnologie menzionate, opportunamente integrate in un ecosistema coerente e governate da professionisti adeguatamente formati, determina benefici tangibili e misurabili: riduzione dei tempi di lavorazione, contenimento dei costi per il professionista e, quindi, per il cliente, miglioramento della qualità degli output, maggiore soddisfazione della clientela, capacità di competere efficacemente in un mercato sempre più globalizzato e digitalizzato.

Non si tratta di scegliere tra tecnologia e competenza umana, ma di combinarle sinergicamente per ottenere risultati superiori migliori rispetto a quelli conseguibili separatamente.

Tuttavia, per l’avvocatura italiana la sfida è principalmente culturale e formativa. Occorre superare la diffidenza, investire nella formazione continua, sperimentare con apertura e spirito critico. Il futuro della professione non si gioca sulla contrapposizione tra uomo e macchina, ma sulla capacità di costruire una sintesi virtuosa in cui la tecnologia amplifichi le competenze umane senza mai sostituirle.

Lo human in the loop non è soltanto un principio tecnico e giuridico finalizzato alla gestione della responsabilità: è la garanzia che il diritto rimarrà sempre una questione umana.

D’altra parte: “non sarà l’AI e sostituirti ma il collega che sarà capace di utilizzarla!”.[3]


[1] Future Ready Lawyer Survey 2026, la ricerca globale realizzata da Wolters Kluwer attraverso la divisione Legal & Regulatory

[2] Tribunale di Siracusa, sentenza n. 338 del 20 febbraio 2026

[3] Principale slogan che ha accompagnato l’avvento di ChatGPT.  

Per una discussione più approfondita:

Contatta Andrea Lensi Orlandi – Partner

Exit mobile version